Massimo Marchini-Rockerilla

Gen 2015
Rockerilla
Massimo Marchini

"Il talento fa quello che vuole, il genio quello che può"

(Carmelo Bene)

Abbiamo già avuto modo di raccontare ai nostri lettori dell’immenso Tesoro che abbiamo qui in Italia, e che ancora troppo pochi conoscono.

È privo di senso affermare che nel desolante panorama  del jazz italiano Gianni è un faro. Anzi il faro. Perché il jazz, come altri generi codificati, stanno davvero troppo stretti agli araldi della nuova musica. Figure come Derek Bailey ( che dell’arte dell’improvvisazione ha addirittura fatto verbo scritto, accettandone il concetto di sepoltura dell’orale) o Keith Tippett davvero non sono biodegradabili in un genere, specie codificante come, appunto il jazz che in questi casi suona come un insulto aggettivante al puro genio.

Saxofonista soprano, colto intellettuale, umile artigiano dell’ancia, teorico del verbo nuovo, agitatore culturale verace e consapevole, rapace assimilatore di vibrazioni inaudite, sognatore di onde, editore e discografico di eccezionale purezza d’intenti ma, soprattutto uno dei più grandi musicisti che ho avuto l’onore di conoscere nella mia lunga carriera di ascoltatore di suoni.

Con la sua etichetta, Amirani Records, da anni scandisce con regolare rintocco i vertici della migliore musica libera mondiale e, si sa, la libertà non è mai a buon prezzo. Con caparbia lucidità e progettualità, l’ho seguito da anni in iperbolici duetti con musicisti di palpitante passione e talento, da Vinny Golia ad Angelo Contini.

Lo incontro nella suggestiva Next Gallery a Piacenza: un bellissimo spazio arso dell’incenso dell’indifferenza della massa e del potere politico che sperpera i quattrini altrove e condotta da un artista multimediale di enorme talento, Lino Budano: in questa occasione Gianni Mimmo suona con un quartetto che vede Angelo Contini al trombone e conchiglie, Fabio Sacconi al contrabbasso e Alsion Blunt al violino.

Chiedo intanto a Gianni alcune delucidazioni e poche -le solite- ricette.

In tanti avatar ti abbiamo sentito suonare. Parlami di quello di questa sera che ti vede assieme a Angelo, Alison e Fabio.

Gentle Vertigo è quartetto che cerco sempre di combinare quando con Alison Blunt torno per qualche gig in Italia. Amo molto la combinazione fiati-archi e trovo che la derivazione classica di Fabio Sacconi e di Alison spingano l’improvvisazione in un ambito formale molto elegante, senza perdere la possibilità dello slancio, della costruzione emozionale e della moltiplicazione delle linee. Angelo Contini è sempre una garanzia di generosità e io “vedo” davvero la possibilità del disegno. Sono musicisti che agiscono, più che reagire. Da qualche tempo la band ha un suo suono e questo è un bel segno. Angelo è un mio collaboratore da sempre, con Alison credo sia la quarantaquattresima che saliamo su un palco insieme e Fabio è ogni volta più inventivo, davvero un gran suono. E’ una musica di spazi e sfaccettature, ma ora c’è molta più coscienza dei pesi “drammatici”: ci sono colori weberniani e funamboliche esposizioni solistiche. È un oggetto che cambia in continuazione.

Dedicheremo il concerto a Ornette Coleman che è scomparso ieri. Credo gli dobbiamo molto tutti quanti. Durante il viaggio, io e Alison canticchiavamo la sua Lonely Woman. Credo che certe sue sfuriate armolodiche faranno capolino stasera...

Oltre che a un argonauta della musica nuova come musicista lo sei anche come discografico, parlami della straordinaria etichetta che conduci: la Amirani e la sua storia, la sua mission.

Amirani Records sta diventando adulta: ha compiuto ora dieci anni e ha al suo attivo oltre quaranta uscite. C’è un’identità ormai evidente, c’è testimonianza, c’è qualità, c’è attenzione per la musica sincera, ci sono accostamenti coraggiosi, musicisti bravissimi e persone vere.

Ogni singolo disco porta con sé un po’ di luce proveniente da questo sforzo di sincerità.

L’intenzione di Amirani è guardare ai nodi vibranti di una rete artistica non banale. Io credo molto alla possibilità di una “ricaduta sociale” di questi atti produttivi. Mi piace pensare si tratti di un soggetto che istilla dei dubbi, che offre uno sguardo obliquo. Voglio che Amirani continui a star fuori dai cortili... che continui a sentirsi straniera in ogni luogo:

sai, come quando ti capita di incontrare la luce mentre non te l’aspetti... Piccole rivelazioni, lievi scuotimenti.

Tanto per complicarmi l’esistenza, ho deciso di aprire anche una collana di contemporanea nella quale già compaiono nomi quali Bussotti, Cage, Clementi, Feldman, Palermo (un autore davvero interessante che nel volume a lui dedicato vanta un’interpretazione del quartetto Arditti) e presto avremo Earle Brown.

Talvolta succede che chi compra un album Amirani, si incuriosisca e individui un percorso personale all’interno del catalogo. Perché alcune linee trasversali sono davvero possibili: derivazioni, declinazioni, impatti.

In fondo si tratta di un semplice sforzo culturale ma oggi è significativo e coraggioso. È una pratica politica, credo.

Come è nata la tua passione x la musica e per il sax? Quali le tue influenze?

La mia passione è per il suono, è sempre stato così. Io sono sempre stato attratto dai rumori, ancora oggi mi appassiono per il rombo di un aereo nel cielo, di notte. O per l’improvviso silenzio di certi pomeriggi e per il conseguente ronzio nelle orecchie  (Cos’è? La circolazione sanguinea?).

Quando ero ragazzo registravo il passaggio dei treni su un piccolo recorder a bobine che mio padre portò a casa.  Ci sono episodi, che mi hanno spinto verso la musica, per i quali provo grande riconoscenza: entrato, appena dodicenne, di nascosto in un teatro, l’ascolto delle prove di un orchestra francese che aveva in programma La Mer di Debussy, per esempio. Oppure le lunghe sedute di ascolto cui un mio zio professore di tromba mi sottoponeva: opera lirica, sinfonica, soprattutto musica da camera. Il sax compare a 14 anni, più per il fascino della sua forma, ma dopo l’acquisto di un disco Impulse di Archie Shepp, ho aperto una porta e non l’ho più richiusa.

Attraverso quella porta sono passate moltissime influenze: è persino banale ripetere nomi come Lacy, Coltrane, Dolphy, Braxton, Mitchell, Ashley, Hemphill.

Ma ho forti debiti con strane voci trasversali come Marion Brown o bianchi come Warne Marsh.

Ho sempre avuto una forte volontà autodidatta e non ho mai smesso di sperimentare: sono stato a lungo altista e anche baritonista. Il jazz più spericolato è stato la mia scuola, ma non la sola. Io ho sempre amato la sperimentazione: nel 78, io compravo Cage edito da Cramps e ho sempre trovato affinità con certa letteratura. Mi sono sempre interessato alla musica per la danza e per il teatro.

Sono arrivato presto alla contemporanea attraverso la mia passione per l’arte: la pittura e la scultura. Una lezione che Emilio Vedova tenne all’università, cui assistetti da liceale in fuga, mi rivelò l’esistenza di Berio, Maderna, Bussotti, Cage.

Decisamente le mie più grandi influenze vengono da artisti come Giacometti, Bacon, Rothko, naturalmente Pollock, ma anche da molti classici: Vermeer, Piero della Francesca. Un certo seicento fiammingo, una certa luce d’interni hanno per me una bellezza quasi insostenibile, ma anche certa geometria del design anni 50/60 genera attenzione e rigore.

Webern è un po’ così: certi intervalli impossibili hanno lo stesso peso di certi vuoti del miglior Miles. Non faccio molte distinzioni di genere, mi piacciono le cose vere. Ultimamente ho visto una mostra molto completa di Felice Casorati e da lì vengono due forti ispirazioni all’origine di un mio recentissimo progetto.

Ho un pantheon ampio, ma non confuso. Mi attrae la “strategia del perdersi”.

Il sax soprano è una scelta invece maturata molto a lungo: io sapevo già alla fine degli anni 70 che avrei finito per dedicarmici in modo completo.

Lacy e un suo lavoro con la poesia di un poeta che ora non c’è più, Adriano Spatola, furono in una loro performance una vera rivelazione. Ancora oggi ne ho un ricordo vivido e indelebile. Sono stato allievo di Lacy per un pochino e le cose si sono fatte ancora più complesse. Ecco: la complessità, la ricchezza delle possibili sfaccettature, la ricerca timbrica in uno strumento così ingrato... sono tutte lì le cose che mi attraggono, che mi tengono acceso.

So che è un maëlstrom ma azzardo a chiederti quali sono i tuoi progetti x il futuro prossimo…

Ho alcuni progetti che devo finalizzare e ai quali guardo con interesse e timore (il timore è di non avere il tempo necessario per realizzarli al meglio): vorrei dedicarmi un po’ di più alla composizione attraverso le partiture grafiche e i text score. Le cose che più mi hanno dato in termini progettuali hanno caratteristiche strategiche abbastanza stimolanti per me.

Il lavoro con Alison Blunt “Lasting Ephemerals” mi ha confermato che una attitudine compositiva sta emergendo con forza nel mio modo di improvvisare. Un’attenzione formale che sapevo di non avere smarrito, sta facendo capolino e voglio darle una buona chance.

Ho registrato in due sessioni un quintetto (sax soprano, corno inglese, corno francese, violino e percussione) e un sestetto (sax soprano, tromba, trombone, corno di bassetto, viola e contrabasso), due suite per un lavoro che avrà il titolo “Prossime Trascendenze”. Sono partiture grafiche che utilizzano strategie e indicazioni abbastanza precise e guidano l’improvvisazione verso una zona nella quale la forma respira a pieni polmoni, forse con un’attitudine narrativa che nemmeno sospettavo.

Sarò di nuovo in Finlandia a Settembre con il Sestetto Internazionale che il mio “fratello sopranista” Harri Sjöström ha approntato, ma nel frattempo il mio duo con l’appena scomparso  Garrison Fewell e quello con Vinny Golia devono essere ultimati per la produzione.

Ci sono poi cose sempre pronte a trasformarsi, sono come dei landmark fluidi e importantissimi. Ogni volta che torno a questi musicisti le cose che accadono sono sempre vive e interessanti: Gianni Lenoci, Cristiano Calcagnile, Angelo Contini, Alison Blunt...

In realtà io vedo anche più lontano, ma è meglio attendere il tempo del “fine tuning”.

Un lavoro che davvero mi piacerebbe riproporre, e che ho rappresentato una sola volta,  è un text-score intitolato “Heraclitus, Luminosi Frammenti” per pianoforte e piccola elettronica, sax soprano e voce di baritono/basso. Il trio con Lenoci e Nicholas Isherwood ha davvero un impatto emozionale potente e le parole dei frammenti di Eraclito sono forti e modernissime...

Come vedi la situazione della musica jazz e di quella improvvisata in Italia e nel mondo?

Questa è una domanda che mi fanno sempre e alla quale rischio di rispondere in modo ripetitivo.

Io non credo nel valore dell’antologizzazione delle categorie e degli stilemi.

Credo sia il momento di portare certa musica nei luoghi dove certa musica non si è mai ascoltata. La musica improvvisata, la composizione istantanea, il jazz, se vogliamo, deve abbandonare la strada della (auto) celebrazione e (ri) pensarsi come forza sociale, una forza alterativa.

Per me è un problema di programmazione e di fruizione: stimolare la modalità fruitiva, riallacciare le connessioni con un audience autoindulgente e pigra. Bisogna pensare “alto”. Un ripensamento dei modelli di comunicazione è necessario anche da parte del musicista: io trovo molto pressapochismo dappertutto, devo dire.

Tuttavia bisogna ricordare che per un musicista oggi la vita è davvero dura.

Un musicista si trova a dover ricoprire tutti i ruoli della filiera produttiva: dalla creazione alla realizzazione finale, dalla promozione alla vendita... E’ davvero un’impresa nella quale è facile perdersi e perdere il contatto con il proprio sentiero.

Tuttavia esempi luminosi esistono: artisti meno” seduti” nel proprio supposto “ruolo”, più coscienti e responsabili, intendono la musica come un’arte dal forte potere sublimativo, un’arte destinata a un percorso più complesso: che non si esaurisce nel circolo, quasi vizioso, di performance, produzione, recensione (anche banale), scomparsa. Un respiro più ampio è necessario: molte musiche, anche quelle interessanti, devono pensarsi fuori dai loro cortili.

Ecco: “pensarsi”. Basterebbe questa parola per rispondere alla domanda.

Con quale musicista sogni di incidere un album? Intendo un sogno ancora irrealizzato…

Mi piacerebbe molto realizzare un lavoro corale che coinvolga molte discipline contemporaneamente: luce, scultura, architettura, pittura, teatro, urbanistica, testo, video-grafica, danza e una grande orchestra.

Un’opera che investa la comunità non come un evento spettacolare, ma come una costante presenza interrogativa.

So che mi metterebbe in relazione con categorie complesse e concettualmente stimolanti. So che potrei fare bene.

Naturalmente ci sono musicisti con i quali certe cose sarebbero più facili... Ma vorrei pensare in modo meno minimale, talvolta.

Credo che alzare il tiro serva davvero a tutti, oggi.

Domanda di rito: quali 10 dischi porteresti con te sull’isola deserta?

Beh, io ho diverse “isole deserte”! Ci sono isole dove giro scalzo e lacero e altre nelle quali mi trovi col blazer...

Porterei musiche che hanno ancora cose da dirmi, da scoprire.

Lascerei a casa dischi, anche importantissimi, che mi hanno detto e dato tutto quello che mi serviva. Quando riascolto certi capolavori, mi accorgo di cedere alla celebrazione.

No, su un’isola deserta porterei cose che ancora mi spostano... Diciamo che non porterei ricordi. Porterei musiche che possano contribuire a rendere l’isola deserta un posto interessante, una possibilità.

Ad esempio e non in ordine d’importanza:

  • Steve Reich “The Cave” S.R. dir. Paul Hillier (Nonesuch)
  • Salvatore Sciarrino “Luci Mie Traditrici” Klangforum Wien, dir. Beat Furrer (Kairos)
  • John Cage “Sonatas and Interludes for Prepared Piano” versioni di Joshua Pierce (Wergo 1975), Yuji Takahashi (Fylkingen 1965, Denon COCO 1975), John Tilbury (Decca 1974)
  • Gesualdo da Venosa “Libro Sesto dei Madrigali a Cinque Voci” (molte edizioni)
  • Robert Wyatt “Ruth is Stranger than Richard” (Virgin)
  • J.S.Bach “Cello Suites” Pierre Fournier (Archiv)
  • Terry Riley “Salome Dances for Peace” Kronos Quartet (Nonesuch)
  • Steve Lacy “Packet” (New Albion)
  • Evan Parker “Aerobatics , Saxophone Solos“ (Incus 1975)
  • Morton Feldman “Something Wild” (Kairos)
  • J.S.Bach “Six Partitas” Maria Tipo (EMI)