Stefano Ferrian-Jazzitalia

Gen 2009
Jazzitalia
Stefano Ferrian

Saxofonista, artigiano e produttore con la sua etichetta Amirani Records, Gianni Mimmo è uno degli artisti più interessanti legati al panorama italiano della musica di ricerca. 

Quando e come si è avvicinato per la prima volta al sassofono?

Fu nel 71. Avevo comprato un LP di Archie Shepp. Credo sia l’unica cosa di Shepp che si possa chiamare R&B., è una registrazione del 68/69 ... Intorno a me i ragazzi più grandi ascoltavano cose pop americane e inglesi.

Alcuni più smaliziati, conoscevano gli scaffali “giusti” in un negozio del centro della mia città. Io ero troppo giovane e così frequentavo quel negozio solo quando i più grandi ci andavano, ma non riuscivo mai a vedere quegli scaffali perché loro ci stavano davanti tutto il tempo. Così presi a pensare che in qualche altro scaffale avrei trovato qualcosa.

Mi svenai per quel disco fra la derisione dei miei amici. Viso nero in copertina viola.

La voce nera del tenore di Sheep fu quella la scintilla.

Entro l’anno recuperai uno strumento veramente rudimentale proveniente da una banda di paese.

Ma ebbi un vero sax professionale, un paio d’anni più avanti. Un alto che potei compare perché mio padre vinse una piccola cifra al casinò.

È da lì che il sax mi cadde nel cuore.

Steve Lacy ha avuto un’importanza fondamentale per la sua formazione da musicista. A lui deve probabilmente la sua stessa ossessione per la ricerca. Una ricerca “monacale” che vuole andare alla radice della propria persona al fine di regalare una performance “sincera”, slegata da una comunicazione di tipo idiomatico. Quanto lavoro richiede un tipo di approccio allo strumento così profondo?

Steve Lacy ha avuto un’importanza nella mia formazione come uomo. Steve mi ha detto poche cose, tutte fondamentali. Io rimasi colpito dalla profondità dell’uomo e dalla lucidità della sua musica. Al suo primo concerto che vidi nel 74, in duo con un poeta bolognese che ora non c’è più Adriano Spatola, andai letteralmente per terra.

Ancora la ritengo una delle esperienze più belle che mi è stato dato modo di vivere. Era un lavoro quasi sillabico sulle cellule fonetiche, era così dentro la materia da rivelare improvvisamente, e in modo così inequivocabile, quante possibilità si incontravano lavorando sul suono.

Non puoi muoverti sinceramente senza essere vicino alla parte più nascosta di te quando decidi di esporti come musicista, come artista.

Questo viene da Steve e da altri maestri in genere: lo scultore Alberto Giacometti, Orson Welles, indubbiamente Cage, Francis Bacon…

La ricerca diventa “monacale” quando ha dentro una rinuncia.

Cioè deriva da una sottrazione. Ho incominciato a sottrarre strumenti, linguaggi, abitudini, e improvvisamente tutto è divenuto chiaro e duro.

Ho scelto di dedicarmi a un solo strumento che avesse dentro un numero importante di cose insolute, non per risolverle, ma perché è solo lì che vedo chi sono.

Voglio dire, devo averlo ripetuto spesso…, io credo che se ho davanti un certo numero di difficoltà da affrontare, ho l’occasione di dire e fare il meglio che posso.

Il lavoro presenta momenti molto ostici, nei quali lo sconforto viene a trovarti e tu pensi che forse hai sbagliato tutto.

Così ho semplicemente accettato che io posso talvolta anche odiare questo strumento. In media, una volta ogni dieci giorni mi capita...

È come stare con una persona e convivere anche con la parte più scomoda della faccenda. Non conta chi è più forte, conta la relazione.

Al 2000 risale l’inizio della sua collaborazione con la poetessa Chandra Livia Candiani. Devo ammettere che la correlazione tra improvvisazione e poesia mi ha sempre affascinato molto. La musica si limita a modellare il contesto nel quale le poesie vengono raccontate, come fosse una colonna sonora, oppure nasce un’interazione più profonda tra le due forme d’arte?

Chandra è una straordinaria persona, con una spiritualità in bilico tra l’infanzia e l’inesorabile. Rappresenta per me un incontro indimenticabile tra la sua parola e la mia musica. Il nostro è stato un lavoro di “traduzione”, del tempo di mezzo fra la musica che diviene parola e della parola che diviene suono. Su questo crinale si gioca l’enorme responsabilità di spostare le rispettive qualità e mancanze.

La poesia, quando è buona, non ha per nulla bisogno di altra musica. Prendi T.S. Eliot, prendi Beckett, che bisogno c’è di farci musica sopra, sotto, intorno?

È così che abbiamo deciso di sollevare il velo e muovere le parti. Portare la poesia fuori dalla lettura privata, intima e farla viva lavorando su echi di suono provocato, capendo quanto c’è dentro l’asprezza di certe consonanti e trovando una declinazione musicale oltraggiosa, sollecitatoria dell’ascolto.

Con Chandra abbiamo dato decine di house concert prima con “Lettere mai scritte” e poi con “Io con vestito leggero” e abbiamo davvero provocato un ascolto nudo, nel quale ci si trova a bazzicare intorno a dei confini.

Abbiamo incontrato audience incantate, stupite, attonite, ostili ma tutte vicine, toccate.

È stato un’incredibile collaborazione, con tratti quasi trascendentali.

Tutti dovrebbero leggere Chandra.

Io metterei un’ora di Chandra a settimana nel calendario scolastico…

Insieme a Xabier Iriondo, col quale ha collaborato in tantissime occasioni, ha avuto la possibilità di sperimentare un nuovo approccio alla musica, dove il luogo in cui ha sede la performance è parte integrante della stessa. Addirittura è il “luogo a suonare voi” e non viceversa. In quale modo il luogo della performance può essere così determinante?

Ho avuto maestri più giovani di me, pazienti e comprensivi della mia inadeguatezza.

Questi giovani leoni hanno sempre le mani sporche di marmellata… così ho incominciato a chiedermi dove fosse la marmellata di questa generazione e cosa la rendesse così desiderabile a un cane sciolto come me…

Xabier ed io abbiamo un dialogo stretto e molte cose in comune, compresa una certa curiosità riguardo a ciò che spinge un uomo a esprimersi con il suono.

Ciò non toglie che abbiamo provenienze e declinazioni differenti. Fino ad un certo punto la nostra collaborazione ha avuto un aspetto più “concreto”: il lavoro sul suono, il treatment, lo spostamento semantico, il lavoro sul film “Kursk_truth in the end”.

Poi, quasi improvvisamente, abbiamo compreso quanto pulsante fosse questo metalinguaggio che si era formato e abbiamo incominciato a parlare della nostra come una ”musica dei luoghi”.

Il luogo che fu scelto per Your Very Eyes è una chiesa rupestre, una grotta che si chiama Santa Lucia alle Malve. A Matera. Un luogo che fosse acusticamente decisivo e che avesse una forza disvelante.

Quel disco è una specie di salmodia laica. E avviene che può nascere perché il luogo modifica, agisce e propaga in modo quasi soggettivo il suono. Considero questo duo un trio, dove il terzo elemento è il luogo.

Abbiamo portato questo lavoro in diversi luoghi e ogni volta abbiamo tenuto quest’apertura a farci determinare dalle risonanze a inglobarle e a farci fagocitare da loro.

Se ti consegni così, non sei tu che suoni, che hai il drive. Finisce che appartieni a qualcosa di più grande, è la musica che ti attraversa e tu non puoi fare che appartenervi.

Una specie di sublimazione reciproca. C’è una parte commovente in questa storia.

Oltre ad essere un valido musicista è anche un bravissimo artigiano. Da tantissimi anni si occupa di riparare sassofoni, sicuramente si può dire che la conoscenza del suo strumento ha raggiunto livelli enciclopedici. In che modo le due cose sono collegate? Pensa che anche un musicista può essere considerato a modo suo un artigiano?

Le due cose sono collegate in parte, nel senso che questo lavoro ti dà una possibilità di entrare in una dimensione relazionale profonda e al tempo stesso veramente concreta con lo strumento. E certamente mettere le mani “nella” fisica del suono, essere “sporco” di suono è una cosa che apre a un approccio più sciolto nella sperimentazione.

Grazie al mio lavoro ho toccato strumenti importanti e poveri, ho studiato e in parte compreso filosofie costruttive, compreso addirittura talune parabole artistiche di alcuni musicisti.

Credo che sarebbe straordinario analizzare in modo sistematico il cammino artistico di un Coltrane, ad esempio, attraverso lo studio delle qualità timbriche e strutturali gli strumenti che usò nel corso della sua carriera.

Se tu contempli un quadro di Vermeer o di Pollock, se segui la loro opera, puoi comprendere quanto sia importante a un dato momento l’utilizzo di una certa tecnica, che improvvisamente, così senza preavviso, aiuta a vedere, esprimere, sviscerare quello che l’artista ha nel cuore, imprimendo una svolta importante al loro stile.

In questo c’è un collegamento forse tra le due parti.

Molti saxofonisti cercano un suono dentro lo strumento e altri lo cercano in sé.

Io sono affascinato dalla complessità. Per me un musicista maturo ha una complessità, uno strumento dal suono complesso mi affascina di più di uno con un bel suono.

Ecco forse il vantaggio e il collegamento fra l’artigiano e il musicista. Ho la fortuna di stare molto a contatto con il suono.

Quali sono i musicisti, oltre a Steve Lacy, che l’hanno influenzata maggiormente in questi anni e perché?

Ho molti padri che amo e odio e che mi fanno compagnia. E che mi seguono da tanto tempo. Se la domanda si riferisce agli ultimi anni, la risposta è “nessuno” o “me stesso”.

Nel senso che mi pare che le linee per me fondamentali, dal punto di vista strettamente musicale, sono le stesse da qualche tempo, ormai: Cage, Feldman, Lacy, Mitchell, Ashley, Hemphill, Braxton e naturalmente Coltrane, Dolphy, Marion Brown.

Negli ultimi anni ho fatto attenzione a certi sviluppi, più manieristi se si vuole… Salvatore Sciarrino per esempio, per il quale ammetto un debole forse un po’ esagerato.

Un compositore ed esecutore straordinario che sempre mi incanta è Stefano Scodanibbio.

Le influenze più forti per me comunque giungono dalla pittura e dalla scultura: il 600 fiammingo è per me una cosa quasi insostenibile per la bellezza e la forza della luce, e poi Jackson Pollock, Braque.

Con Rothko ho un debito immenso, credo sia forse la mia più grande influenza degli ultimi anni. Come Samuel Beckett, Mark Rothko parla una lingua così diretta e profonda il cui potere affabulatorio è misterioso. Come per la musica, si rivolge a categorie opache, e ha il potere di muovere la prospettiva della fruizione.

Darei molto per avere la possibilità di suonare in una stanza con opere di Mark Rothko. Ho fatto un tentativo per ottenere il permesso di suonare in duo con Gianni Lenoci alla Rothko Chapel di Huston, TX, ma la faccenda è troppo complicata. Tuttavia non demordo…

Come se non bastasse da diverso tempo porta avanti anche un’ottima etichetta discografica, la Amirani Records, con la quale ha prodotto album di artisti del calibro di Anthony Braxton. Com’è nata questa collaborazione? Ha qualche aneddoto da raccontarci?

Beh, tutto è cominciato con un’idea di Cristiano Calcagnile che oltre ad essere un eccellente percussionista e compositore e improvvisatore, è una persona alla quale sono legato in modo speciale. E’ stato Cristiano, batterista del quartetto di Braxton, a suggerire la mia label ad Anthony…

E così si è chiuso un cerchio iniziato tanti anni fa, quando vidi il primo concerto di sax solo della mia vita, a Milano e un giovane Braxton entrava a far parte della mia esperienza…

In questa produzione tutto si è svolto con apertura e condivisione.

Ho voluto proporre un concept intorno all’idea di “standards”, (in fondo ripercorrendo un’idea di circa trent’anni prima, quando ascoltai “Donna Lee” suonata a una velocità incredibile sul clarinetto contrabbasso in quel vinile Steeplechase con Braxton e Montoliu al piano...) come un cammino spaziale attraverso forme date… così anche la copertina è stata pensata in quel modo: una donna che lieve attraversa il cortile arredato di opere di un museo...

E poi il bellissimo saggio di Erika Dagnino … A tutto questo Braxton ha sempre aderito con un entusiasmo, un’innocenza direi e al tempo stesso una lucidità e una consapevolezza artistica uniche.

Ecco un uomo del suo tempo con una visione totale e aperta. Certamente un migliore.

Riuscire ad “aprirsi” agli altri è l’unica cosa che conta nella musica d’improvvisazione? O secondo lei ci sono altri aspetti importanti di cui tenere conto?

La cosa più importante è aprirsi a se stessi, avere a che fare con una parte con certe volte non vorresti avere, stare con la difficoltà. Se faccio così il mio apporto all’improvvisazione, è doppio: da una parte imprimo una direzione e dall’altra ne assumo la responsabilità.

“Nell’improvvisazione è una questione di vita o di morte”, diceva Lacy.

Non sono sempre stato d’accordo con lui, tuttavia penso che una cosa non utile all’improvvisazione sia il nascondimento.

È una questione di responsabilità. Io raramente mi diverto, improvvisando.

Non so, mi sembra di avere a che fare con qualcosa di più grande. E sono molto orgoglioso per non dire la mia, ma abbastanza supponente da prenderne la responsabilità. Eppure finisco per appartenere alla musica e questo è meraviglioso.

Poi ci sono aspetti più formali che sono egualmente importanti: un senso multi - prospettico che negli ultimi anni, da quando l’improvvisazione si è divincolata dalle provenienze stilistiche in modo deciso, ha preso il sopravvento. E sempre più spesso l’improvvisazione sembra una composizione istantanea… anche questo è un aspetto che è emerso negli ultimi anni. C’è qualcosa di più perentorio che si può dire. Io sono per un’improvvisazione dove succede qualcosa, dove si agitino forme, dove si valichino confini.

Io penso a una drammaturgia dell’improvvisazione.

Rispetto a qualche tempo fa, ora cerco di non perdere di vista il senso complessivo di quello che sta succedendo mentre improvviso... la costruzione e la decostruzione, la dislocazione nello spazio, il peso timbrico, una specie di neo-narrazione che sgorga anche dal più radicale degli approcci…

Sto attento a non stare troppo attento, ecco.

Guardandosi indietro, quali sono stati i momenti fondamentali della sua carriera da musicista? Per fondamentali intendo quelli che hanno determinato una svolta nel suo approccio alla musica o al suo strumento.

È buffo parlare di carriera, davvero. Ma posso dire quali sono alcuni punti fondamentali e originatori di svolte in questo cammino confuso:

- l’innamoramento per i rumori di ogni genere (lo sono stato fin da ragazzo. Posso enumerarne decine, anche non più ascoltabili.)

- entrata di nascosto in un teatro durante le prove orchestrali di La Mer di Debussy

- lettura di “Silenzio” di John Cage

- interpretazione di Demetrio Stratos dei Mesostics di Cage

- concerto di Roscoe Mitchell trio con Tom Buckner e Gerald Oshita a Londra

- la frase pronunciata da Lacy a Bologna nel 94 durante uno stage “ and now let’s play it wrong”

- il periodo dolorosissimo di studio degli overtones sul soprano in un bosco lungo il fiume

- l’imboccatura preparatami da Jon Van Wie

- la decisione di circa quindici anni fa di imbracciare solo il sax soprano

- ascolto di For Samuel Beckett di Morton Feldman

- Suite per cello solo di Bach nella versione di Pierre Fournier

- il primo cd in solo per amirani records

- la morte di mio padre

Molto spesso si trova a suonare lontano dal nostro “bel paese”. Com’è la situazione per la musica d’improvvisazione nel resto dell’Europa e di conseguenza come giudica la situazione Italiana attualmente?

Io penso ci sia un problema di fruizione, o meglio, di modalità fruitiva.

Il musicista si trova oggi a ricoprire una serie di ruoli che forse neanche nel rinascimento avevano questo carattere multiplo… ma tutti gli sforzi produttivi, performativi, compositivi, improvvisativi, di studio ecc., si scontrano con una fruizione molto addomesticata, televisiva e in genere poco curiosa.

Forse un ripensamento circa il fatto che si tratta di comunicazione si deve fare.

In Italia la situazione è semplicemente drammatica, non ho altre parole.

Ci sono straordinari musicisti, ci sono musicisti meno straordinari, c’è un pubblico poco numeroso, pigro, forse stanco e ripiegato, ci sono poche e opache figure di mediazione.

Inoltre il panorama musicale dell’area improvvisativa è molto diviso e giace in tristi cortili.

C’è una certa corruzione mentale, direi. Una cosa che davvero ritengo impossibile è che ci sia pochissimo confronto, e qui uso una parola quasi fuori moda, “culturale”.

Tra i musicisti, intendo. Quasi che questo spazio di riflessione non possa essere che gestito a livello micro - societario, a tavola, in modo carbonaro…

Magari tornare a pensare che la musica, come le altre arti, ha un potere sublimativo che va ben oltre entrare nel circolo vizioso di produzione, recensione (banale anche quando molto buona) e scomparsa, potrebbe farci ricominciare a prendere respiri più ampi.

Pensiamo che noi facciamo cose che ri - penetrano la società, che l’improvvisazione è un indicatore di nuovi paradigmi sociali.

In Europa, trovo una maggiore curiosità e meno schemi precostituiti. La formazione musicale è ad altri livelli e la possibilità di condivisione più alta. Tuttavia sono tempi bui, nei quali mantenere la barra è prova non facile.

Di queste cose negli Stati Uniti se occupano le università, non dimenticando che il rapporto con il divenire sociale è per l’arte un parametro indimenticabile.

Siamo arrivati all’ultima domanda. Colgo l’occasione per ringraziarla e chiederle quali sono i suoi prossimi progetti?

Anch’io voglio ringraziarti per le domande e per l’occasione che mi hai dato per tentare nuove connessioni. È anche tempo di semina.

Ho al momento, musicalmente, diversi progetti attivi.

Il duo Reciprocal Uncles con il meraviglioso pianista Gianni Lenoci che uscirà nei primissimi mesi 2010. Una musica incredibilmente intensa e drammatica che portiamo in un micro tour negli Usa il prossimo dicembre. Con Gianni, l’intesa, la condivisione, lo spessore e il peso timbrico hanno immediatamente preso corpo dal primo momento.

Gianni ha un tocco molto elegante e un senso del silenzio molto contemporaneo e suonare con lui è “challenging”!

Il trio Granularities con Martin Mayes al corno francese e all’alphorn e Lawrence Casserley al signal processing instrument è una combinazione fantastica. Credo senza dubbio che Lawrence sia un guru del processing, il suo lavoro rivoluziona la gran parte delle mie intenzioni improvvisative e sposta gli elementi in modo imprevedibile. Il tutto in quadrifonia, con un lavoro di spazializzazione affascinante e per me nuovissimo.

La sua idea di accostare uno strumento di derivazione classica con il french horn, che nelle mani di Martin diviene flessibilissimo, al mio sax soprano crea un ibrido molto complesso e ricco di cose che vi si agitano dentro. I piani armonici e melodici sono traslati e la musica è assolutamente, starei per dire”fisicamente”, molto coinvolgente. Abbiamo avuto tre live bellissimi e siamo stati invitati al festival “Musiche Possibili” per il prossimo novembre all’Antica Sinagoga di Ivrea, dove registreremo e filmeremo e avremo anche il concerto trasmesso a Radio3 Battiti.

La mia idea di avere un trio con pianoforte e violoncello sta prendendo forma in questi giorni in UK dove con Hannah Marshall e al piano di Nicola Guazzaloca cerchiamo di dare forma a un incrocio timbrico che mi sta molto a cuore. Sono molto curioso di che potrà uscirne.

Sono ora in tour in Belgio con il chitarrista Enzo Rocco in una serie di date in duo e poi insieme al mio fidatissimo alter-ego trombonista Angelo Contini, Enzo e alla voce funambolica di Jean-Michel Van Schouwburg, a frantumare le certezze di Brussells, con il quartetto Sparkle 4.